Manoppello

(m 257 s.l.m. – 42°15’ 28” N – 14° 03’ 35” E)

Il paese di Manoppello, in Abruzzo, in provincia di Pescara, di storia millenaria, è posto a m 275 s.l.m. alle falde settentrionali della Maiella, su una superficie di 39,5 chilometri quadrati che si sviluppa dalla Valle della Pescara (m 43) alla montagna che sovrasta l’abitato sopra il Santuario del Volto Santo (m 1.002).

Il toponimo, in dialetto locale manupèlle/manipiolle, è citato nel Chronicon Casauriense, dell’anno 875, Manupellum (col. 814); nel Catalogus Baronum (anni 1150-1168) nel forme di Monopellum (n. 1.013): que est in Comitatu Monoppelli (n. 1.217); de Comitatu Monoppelli (n. 1.224) e nelle Rationes decimarum Aprutii dell’anno 1308: in castro Manuplelli (n. 3.525) e dell’anno 1324: de Manupello (n. 3.670).

Gli studiosi di etimologia lo fanno derivare dal latino manupulus o manipulus (in dialetto abruzzese manuòppele) nel senso di ‘manipolo, manata di grano, di fieno’, con  sostituzione di suffisso diminutivo – ellus.

Nello stemma del paese è raffigurato un covone di grano, all’impiedi, contenuto in uno scudo sannitico, sormontato da una corona e ornato, nella parte sottostante di un ramo di alloro e un altro di quercia, intrecciati alla base.

 Conta attualmente 7.050 abitanti (dati del mese di gennaio 2013), con una densità di  179,53 di abitanti per chilometro quadrato. L’andamento demografico è stato alterno nel corso dei secoli.

Si conoscono i dati dei secoli nei quali la rilevazione del numero degli abitanti, a fini di tassazione, si compieva contando i “fuochi” (i focolari corrispondenti ad ogni famiglia, ipotizzando che ogni famiglia, cioè fuoco, comprendesse una media di 5 persone).

Queste le cifre. 1596: 196 fuochi,  pari a 980 abitanti;  1545: 242, pari a 1.210 abitanti; 1565: 276 fuochi, pari a 1.380 abitanti; 1591: 262 fuochi, pari a 1.310 abitanti; 1648: 250 fuochi, par a 1.250 abitanti; 1669: 321 fuochi, pari a 1.605 abitanti.

Nel XVIII secolo, secondo i dati riportati da L. Giustiniani, Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli,  Vol. V p. 346 (ristampa anastatica, Bologna, Ed. Forni, 1969), Manoppello contava 2.450 abitanti circa, nei primi nani del 1800.

I dati più recenti sono riferiti ai censimenti dello Stato italiano dall’unificazione al 2013, con tendenza ad una netta ripresa demografica.

1861: 4.141; 1871: 4.074 (- 67); 1881: 4.401 (- 73); 1901: 5.182 (+ 781); 1911: 5.329 (+ 147); 1921: 5.340 (+ 11); 1931: 5.895 (+ 555); 1936: 6.114 (+ 219);; 1951: 6.696 (+ 482); 1961: 5.959 (- 637); 1971: 4.971 (- 988); 1981: 5.494 (+ 523); 1991: 5.566 (+ 72) ; 2001: 5.637 (+ 71); 2011: 7.008 (+ 1.371); 2013: 7.049 (1 gennaio) (+ 41).

Alcuni storici, anche sulla base di testimonianza archeologiche, ritengono che il paese sia sorto sulle rovine dell’antica città italica di Pollitio, che con Cei e Interpromium, tutti di non facile individuazione sul territorio, costituiva uno dei più importanti centri del popolo dei Marrucini. Si tratta, comunque, di ipotesi ancora da confermare, con altre ricerche e conoscenze.

L’attuale centro abitato viene fatto risalire all’epoca dei Longobardi, giunti in Italia 568 e in Abruzzo verso l’VIII secolo. In un Diploma del 13 ottobre 874, a firma a dell’Imperatore Lodovico II, è nominato come Castrum Manupellum tra i castelli donati alla Badia di San Clemente a Casauria.

E’ stato poi venduto, nel 1053 a Riccardo, conte di Manoppello, insieme ad altri possedimenti usurpati (S. Clemente a Casauria, castello di Popoli, San Pelino di Corfinio), con l’intenzione di partecipare ad una crociata in Terra Santa. Da altri documenti risulta, poi, che nel 1061, di pertinenza dell’Abbazia di Montecassino, venne acquisito da Roberto il Guiscardo.

Al 1061, comunque, viene fatta risalire la costituzione della contea di Manoppello, di cui fu primo conte Boamondo, signore anche dei feudi di Cantalupo, Caramanico, Tocco da Casauria e Roccamorice, seguito dal conte Guglielmo e da Ugone Malmozzetto, normanno, ricordato come predatore di chiese, case e monasteri, tra cui quello di San Clemente a Casauria anche saccheggiato; saccheggio poi completato con ulteriori distruzioni, nel 1097, dal conte Riccardo.

Viene anche ricordato tra i conti di Manoppello, Boamondo di Tarsia, che ebbe molte controversie con la Badia di San Clemente a Casauria, dove voleva collocare il suo protetto cappellano Costantino, che riuscì ad imporre con la forza, sotto Papa Eugenio, occupando il monastero, ma costretto a desistere dalla minaccia di scomunica di Papa Anastasio IV (1153-1154) e dall’intervento di re Ruggieri.

Nel Catalogus Baronum, redatto negli anni 1150-1168 per il censimento dei feudatari dell’Aprutium, la contea di Manoppello (comitatus Manuppelli, con 702 militi da fornire al re in caso di necessità belliche, risultava essere la più grande, seguita dalla contea di Sangro con 603 militi e da Celano con 334 militi.

A quest’epoca risalgono le devastazioni condotte dal Conte Roberto di Loretello normanno, divenuto il terrore dell’Abruzzo di allora, con conseguenze disastrose anche per Manoppello e i suoi conti Boamondo e Pietro. Maggiori mali furono evitati perché l’imperatore Federico I rifiutò il suo sostegno a Roberto d Loretello.

Nella situazione d grande confusione e di prevaricazioni dell’epoca aggravata anche dall’imperversare di briganti, una novità giunge nel 1197, quando tra il 1197 ed il 1200 papa Innocenzo III assegnò la contea di Manoppello a Federico II (Iesi 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 16 dicembre 1250) e l’imperatore Federico II assegnò a sua volta il feudo ai fratelli Maniero e Gentile di Palearia. Alla morte di Federico II, il 9 agosto 1257, il principe di Taranto, Manfredi, donava a Santa Maria Arabona il monastero di Santo Stefano in Rivomaris (tra Casalbordino e Torino di Sangro).

In un succedersi di feudatari di varia provenienza (1271 erano signori di Manoppello, Matteo e Fulcone de Plesia in lotta con Giacomo Cantelmo di Popoli; nel 1276 Gualtieri conte di Pagliara, e di Manoppello) si giunge nel 1340, all’epoca delle regina di Napoli, Giovanna I,  al conte Napoleone Orsini, che con il matrimonio con Maria de Suliaco, figlia di Tommasa, unica erede di Gualtieri, andata sposa ad un conte di Chieti, divenne signore di tutti i possedimenti portati in dote dalla moglie.

Sotto Napoleone Orsini I, la Contea di Manoppello possedeva 12 grossi feudi.

Luigi II d’Angiò, secondo marito di Giovanna I donò la contea di Manoppello, nel 1362, a Luigi di Savoia, che assunse anche il titolo di Principe di Manoppello oltre a quelli di Acaia e Piemonte per un periodo difficile da precisare. Risulta, infatti, che in quel periodo la contea di Manoppello fosse ancora nelle mani di  un Orsini, giacché nel 1344 il titolo era passato a Napoleone II Orsini, morto nel 1369 a Roma; gli successe il figlio Giovanni, morto nel 1383,  che lasciò i possedimenti a Napoleone III Orsini. Gli Orsini persero i possedimenti di Manoppello, Turrivalignani, Lettomanoppello, Casalincontrada, Roccamorice ed altri, acquistati, nel 1405, per 7.000 ducati, dall’Università di Chieti; nel 1406 persero il feudo di Guardiagrele,  attraverso combattimenti sanguinosi, gli Orsini con Niccolò Orsini, nato da Pier Giovanni, figlio di Napoleone III Orsini; nel 1423 fu conquistato e distrutto da Braccio da Montone (Andrea Fortebraccio, noto come Braccio da Montone (Perugia, 1 luglio 1368L'Aquila, 5 giugno 1424), condottiero, capitano di ventura;  governatore di Bologna; rettore di Roma, signore di Perugia, principe di Capua, conte di Foggia, Gran Connestabile del Regno di Napoli; con le sue imprese fu il più vicino a creare uno Stato dell'Italia centrale nel XV secolo);  nel 1438, riprese la signoria di Manoppello, passata nel 1454 a Giacomantonio Orsini.

Sotto il regno di Alfonso d’Aragona, nel 1450, Orso Orsini, l’ultimo fratello di Pier Giovanni Paolo, quale conte di Manoppello, ottenne i feudi di San Valentino e della Valle Siciliana, che si aggiungevano a quelli di Fara Filiorum Petri, Pretoro, Rapino e Roccamontepiano.

Nel 1470, essendo gli Orsini considerati ribelli, si videro sottrarre i feudi che furono acquisiti dall’Università di Chieti; furono riconquistati da Pardo Orsini, ma con la venuta in Italia di Carlo VIII nel 1495, sotto cui ebbe il privilegio di battere moneta ,li perse definitivamente, rimanendo signore soltanto della Valle Siciliana (Teramo) e altri piccoli possedimenti. Lo stesso, nel 1523 si mise al servizio di Francesco I re di Francia nella guerra contro l’imperatore Carlo V e decise di rinunciare alla Valle Siciliana.

La moneta recava nel recto la scritta KLUS D G REX FR (Carolus Dei Gratia Rex Francorum – Carlo per grazia di Dio re de Francesi) con arma incoronata e nel retro

la scritta PARDUS VR CO MA (Pardus Ursini Comes Manoppelli – Pardo Orsini conte di Manoppello), con una croce ancorata, accostata da 4 rosette.

La famiglia dei Conti di Manoppello si è estinta con Camillo Pardo Orsini, morto a Roma senza eredi il 27 marzo 1553, mentre la contea di Manoppello, riconquistata per breve tempo, veniva assegnata, nel 1515, da Ferdinando II d’Aragona detto il Cattolico a Fabrizio Colonna, dopo precedenti assegnazioni, ritirate per ribellione.

Altre notizie storiche, a parte vicende che esulano da esse, si hanno nel periodo dell’invasione dei Francesi delle truppe napoleoniche, che incontrarono anche aperte resistenze da parte delle popolazioni locali radunate in “masse”. Il 20 gennaio 1799 le “masse” di San Valentino, Abbateggio, Turrivalignani, Lettomanoppello, guidate da Francesco Paolo De Donatis di San Valentino misero a ferro e fuoco Manoppello con l’intenzione di uccidere il Camerlengo, Filippo Rulli. Di quel periodo si ricordano le imprese brigantesche di frate Giacomo dei Frati Osservanti, nativo di Villa S. Maria, scomunicato e apostata, che con una banda di 24 seguaci reagì ai francesi, ma l’intera banda fu annientata e il frate riuscì a scappare, tentando alla partenza dei francesi, di saccheggiare nuovamente Manoppello e nel corso della sanguinose incursione venne trucidato Vincenzo Pardi, messo dai francesi, diretti a Napoli, alla guida della municipalità repubblicana appena costituita. Una ribellione del marzo 1800 degli abitanti di Manoppello contro gli agenti delle tasse, ritenute troppo esose, venne repressa dai soldati con arresti e condanne preso la Corte penale di Chieti.

E’ di quest’epoca la descrizione fatta da L. Giustiniani nel già citato “Dizionario” del paese di Manoppello, appartenente all’Abruzzo Citeriore di cui era capoluogo Chieti: “E’ situata su di una collina alla metà di un monete poco distante dalla Maiella. Il clima è incostante. Il territorio è atto alla semina, ed alla piantagione delle viti, e degli olivi. Vi allignano benanche i gelsi mori, e per cui gli abitanti fanno molta industria de’ bachi da seta. Fan pure molti negozi co’ fichi secchi, che vendono per la provincia d’Abruzzo ulteriore. L’olio è ottimo e sempre sopravanza da vendersi altrove. Vi passa l’Aterno, o sia Pescara, a distanza di presso a due miglia. Questo fiume dà la pesca di anguille e capitoni. Gli abitanti ascendono a circa 2450”.

Nel 1860 Manoppello ha aderito con il plebiscito al Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II e da allora ha vissuto le vicende dello Stato italiano, passando, dopo la dittatura fascista di Benito Mussolini, alla vita democratica della Repubblica italiana dal 1946 i poi, con l’alternarsi di sindaci appartenenti ai partiti del cosiddetto arco costituzionale.  Dal 1 gennaio 1927, Manoppello, che ha sempre fatto parte dell’Abruzzo “citra flumen Piscariae”, è stato inglobato con altri Comuni nella nuova provincia di Pescara, istituita dal regime fascista, sottraendo Comuni a Chieti, a Teramo e a L’Aquila, che anticamente costituivano l’Abruzzo Ulteriore I e l’Abruzzo Ulteriore II (“ultra flumen Piscariae”).

L’economia del paese si è basata, in passato, sullo sfruttamento di giacimenti di asfalto e di marna; sull’artigianato del ferro battuto, del rame e della ceramica artistica. Nel XX secolo, soprattutto nel secondo dopoguerra e dopo la tragedia di Marcinelle, si è sviluppato un processo di industrializzazione che dura anche nel XXI secolo, con prospettive di ulteriore potenziamento dopo la costruzione delle infrastrutture dell’Interporto d’Abruzzo, in attesa di essere attivato. 

 

ITINERARI RELIGIOSI

Manoppello costituisce uno dei centri di maggiore interesse per la religione cristiana in Abruzzo e ha due punti di riferimento di grande importanza per la devozione popolare: l’Abbazia di Santa Maria Arabona e il Santuario del Volto Santo.

Ma sul suo territorio esistono altri importanti luoghi di culto:Chiesa di San Nicola; Chiesa di San Francesco; Chiesa dell’Annunziata; Chiesa di San Pancrazio; Chiesa di San Callisto.

 

Chiesa di Santa Maria Arabona (Ara deae bonae)

Il più antico e prestigioso luogo di culto di Manoppello, per le sue particolarità architettoniche ed artistiche, rimasto purtroppo incompiuto, sorge sul crinale collinare (m 180 s.l.m.) che sovrasta la stazione ferroviaria di Manoppello, visibile da gran parte della valle della Pescara, col  suo caratteristico profilo.

Luogo di culto pagano, si ritiene che sulla stessa collina sia esistito un tempio dedicato ad una divinità che i romani denominavano Bona, la divinità della fertilità femminile. Dall’indicazione “Ara alla dea Bona” sarebbe giunta fino all’epoca moderna la denominazione  toponomastica “Arabona”.

La fondazione della chiesa, tutta in blocchi di pietra della Maiella ben squadrata e lavorata, risale al 1208 e si richiama all’architettura delle abbazie cistercensi del fondatore San Bernardo di Chiaravalle e nei pressi è sorto il convento affidato nei primi secoli ai religiosi di San Vincenzo ed Anastasio di Roma, che nominarono quale priore l’abate  S.Aldemario, venerato nella vicina Bucchianico tra i suoi Santi Patroni, Sant’Urbano I papa, San Camillo de’ Lellis.  Assunse maggiore importanza con l’aggregazione, nel 1257, con bolla del papa Alessandro III, del monastero di Santo Stefano ad Rivum Maris, i cui ruderi si possono ancora notare tra Casalbordino e Torino di Sangro in provincia di Chieti.

Andò man mano perdendo rilevanza dal 1330, fino a quando nel 1587 fu trasformato in commenda del Collegio di San Bonaventura di Roma e affidato ai padri Crociferi. Successivamente è stato affidato ai Frati Minori Conventuali che vi sono rimasti fino al 1700.  Quando convento e chiesa furono lasciati nell’abbandono, a seguito delle soppressioni degli ordini religiosi, l’intero complesso fu acquistato, nel 1799, dalla Famiglia baronale Zambra di Chieti, i cui discendenti ultimi, genitori di Dino Zambra (1922-1944) al quale hanno costruito un sepolcro nella chiesa, l’hanno donato, nel 1968, ai Padri Salesiani di San Giovanni Bosco.

Importanti lavori di restauro e consolidamento, iniziati nel 1947 dalla Soprintendenza ai monumenti dell’Aquila, si sono conclusi nel 1952, quando il 25 settembre la chiesa è stata riaperta al pubblico con l’intervento dell’allora Presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi. Dopo vari avvicendamenti convento e abbazia sono stati acquisiti, nel 1998, dalla Curia dell’Arcidiocesi di Chieti – Vasto, all’epoca dell’Arcivescovo Edoardo Menichelli. Si deve a lui la decisione di dedicare, all'interno dell'abbazia, una cappella all'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, sede spirituale della "Sezione Abruzzo e Molise".

La chiesa di struttura cistercense, con chiusura rettilinea del coro (abside rettangolare) ha impianto a croce latina, con braccio lungo nella navata principale rimasta incompiuta in direzione del giardino e i  due bracci corti nelle due cappelle laterali, anch’esse in linea retta. Nella parete absidale, dopo due campate con pareti laterali illuminate da due ampie finestre,  sono ricavate varie altre finestre monofore: tre alla base, tra le quali sono collocati tre affreschi, da six: santa Elisabetta, Cristo Crocifisso e la Madonna con Bambino che ha tra le braccia un cagnolino, quest’ultimo con la firma dell’autore, Antonio de Adria (Atri) e la data del 1373; altre due finestre sono poggiate sul marcapiano retto da piccole mensole e nella parte superiore fino alla volta a crociera, un  grande rosone con sedici piccole colonne a raggiera. Su un podio rialzato di 4 gradini sorge l’altare, con fioroni in rilievo a sinistra del transetto sono collocati un alto candelabro (cero pasquale), copia, (anche se meno ornato e più particolare per le decorazioni di animali e colonnine una diversa dall’altra) di quello esistente nella chiesa di San Clemente a Casauria; all’altezza del candelabro è sistemato un tabernacolo (a forma di edicola in stile gotico), addossato alla parete e poggiato su due colonnine con capitelli scolpiti e con preziosi ornamenti.

Ai lati dell’abside due cappelle per parte: la prima a sinistra è quella dedicata all’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme con un affresco del 1450 con immagini della Deposizione di Cristo, di San Sebastiano e di Sant’Antonio di Padova. Nell’ultima cappella di destra è collocato un sarcofago in pietra dove è sepolto Dino Zambra, per il quale è stato avviato, da tempo, il processo di beatificazione.

Le navate laterali sorreggono l'intera volta e gli altari sono disposti lungo il transetto. L'interno è caratterizzato, inoltre, dalla presenza di 8 costoloni  che convergono intorno ad un anello, ornato di foglie di acanto, a formare  come una cupola ribassata e che danno slancio ai volumi e sottolineano le luci degli archi e le fughe delle volte.

La navata centrale, rimasta incompiuta si apre su un parco – giardino con fontana circolare e varie piante e aiuole ornamentali, dal quale si accede al corpo restante dell'abbazia, con lo storico monastero, sempre in pietra squadrata e lavorata.

L’ingresso alla chiesa è posto su una facciata a fianco al tozzo ed incompleto campanile, entrambi posti sulla strada di accesso al monumento, che si apre su un belvedere sulla vallata, con annosi alberi di robinie.

Da un cancello posto dietro l’abside si accede ad un altro edificio dove è collocato un Centro Studi Arcivescovile, intitolato a Dino Zambra.

Un luogo di grande fascino architettonico e storico che vale la pena inserire negli itinerari del turismo religioso in Abruzzo, che ha nel Santuario del Volto Santo, uno dei più importanti punti di riferimento della devozione popolare.

Santuario del Volto Santo. Chi esce dall’abitato del centro storico di Manoppello  nella parte meridionale da un porta a Capo Castello (di cu restano pochissime tracce) lungo la strada di circonvallazione destra scende verso valle, tra poggi e colline e lungo la strada che conduce a Lettomanoppello, incontra, dopo circa 300 metri, un bivio a sinistra con una strada, su cui sono collocati piccole edicole della Via Crucis, che si inerpica con vari tornanti, per circa un chilometro, verso il crinale collinare sul quale sorge, con la sua caratteristica facciata in piastrelle marmoree bianche e un agile campanile, il Santuario del Volto Santo. 

Il convento e l’annessa chiesa, intitolata a San Michele Arcangelo, di località Baccigno,  risalgono al 1617, quando i frati francescani scelsero questa località sulle falde della Maiella, di fronte al centro storico di Manoppello. I lavori furono ultimati nel 1638, nell’anno nel quale a frati cappuccini fu il cosiddetto “sacro velo” o “veronica”, che ritrae il volto di Gesù Cristo e conosciuto come il Volto Santo.

Il sacro velo, denominato nella cronaca del primo monaco che se ne occupò, “il fardelletto”, era pervenuto in modo misterioso nelle mani del medico e fisico Giacomantonio nel 1506. Il dottor Leonelli si trovava dinanzi alla chiesa di San Nicola a fare due chiacchiere con degli amici, quando fu invitato da uno sconosciuto a seguirlo dentro la chiesa. Qui gli consegnò un involucro che il dottor Leonelli aprì subito per controllare di cosa si trattasse. Quando si rese conto del contenuto si rivolse allo sconosciuto donatore per chiederne notizie e ringraziarlo, ma non c’era più nessuno nella chiesa e, uscito fuori sulla piazza, rimase ancor più sbalordito perché nessuno di quelli aveva visto riuscire la persona con cui era entrato in chiesa. Tutti si convinsero che doveva trattarsi di qualche  angelo o comunque personaggio di provenienza celeste. Giacomantonio Leonelli conservò l’immagine in una cappella di casa, ma nel 1602, Marzia Leonelli, pronipote di Giacomantonio, sposata con Pancrazio Petrucci, soldato finito in galera per vari reati, per pagare la somma richiesta per la liberazione, pensò di vendere il velo col volto di Cristo ad Antonio De Fabritiis che lo pagò 4 scudi. Il De Fabritiis lo fece osservare ai frati cappuccini che racchiusero il velo tra due vetri in una cornice di legno, fino a quando, ultimata la chiesa, donò  il Volto Santo per permettere che fosse venerato da tutti fedeli del luogo. Soltanto nel 1686, dopo il verificarsi di prodigi e miracoli che fecero accrescere la devozione per la sacra immagine, definita “acheropita” (su velo di bisso, senza tracce di colore o altro), perché non fatta da mani umane, fu eretto un altare al Volto Santo in una teca d’argento che ancora si conserva in un’edicola che sovrasta l’altare maggiore e che si raggiunge tramite una doppia scalinata, prima dell’accesso alla sacrestia.

I restauri e gli ampliamenti successivi hanno trasformato la chiesa, dinanzi alla quale è stata realizzata un’ampia scalinata. La facciata con tre portali d accesso con ornamenti e sculture di tipo romanico e lunette senza altri ornamenti, è caratterizzata da lastre di marni bianchi e rosati, disposti in croci e quadrati, contornati da alte paraste agli angoli. Sul portale centrale, adornato nel 2006 da 6 formelle in bronzo, dello scultore De Filippis,  che ricordano la visita di Papa Benedetto XVI compiuta il 1 settembre 2006, campeggia un moderno rosone ma di modello medievale. Il coronamento della facciata è costituito da due spioventi con sotto arcatelle. Su lato destro è stato costruito in stile moderno, in mattoni e pietre bianche,  un campanile che culmina in una piramide quadrata, con ripiani divisi da cornici e finestre che ne alleggeriscono la struttura.

L’interno, molto sobrio e lineare, è a tre navate, con pilastri a forma di croce coperti di lastre di marmo, sovrastate da arcate a  tutto sesto, segnate da cornici di stucco. Nella parte superiore sono inquadrate finestre, con vetri istoriati, ad archi, che dànno luminosità unitamente al rosone con vetro istoriato con il Volto santo ed angeli della controfacciata, a tutto l’interno. La navata centrale che termina con l’altare e l’edicola marmorea con la teca del Volto Santo, ha soffitto piatto, mentre le navate laterali (a sinistra sono stati aperti confessionali; a destra c’è l’accesso ad un negozio di ricordini del Santuario) hanno volte a crociera. Sulla parete destra, dopo il negozio di ricordini, si può ammirare una cappella con stucchi barocchi dedicata alla Madonna.

Chiesa di San Nicola di Bari

La chiesa di San Nicola di Bari risale alla prima metà del 1300 (XIV secolo), ma è stata trasformata nel periodo barocco, pur mantenendo le strutture originarie soprattutto all’esterno. E’ stata restaurata negli anni ’80 del XX secolo.

La facciata, che dà su Corso Santarelli, la principale strada del centro storico, è caratterizzata da blocchi di pietra della Maiella, con lesene laterali, divisa i due zone da una cornice scolpita per tutta la larghezza, con tralci intercalati da pampini e grappoli d’uva.

La parte superiore, sempre in blocchi di pietra, presenta tre finestre rettangolari; quella centrale più ampia ad arco ribassato, è caratterizzata da un forte strombo; le finestre ai lati hanno davanzali sulla cornice e gli stipiti con mostra con architrave.

Nella parte inferiore,  fa bella mostra di sé un solo portale in pietra che comprende due lesene laterali, due colonnine e pilastrini disposti a strombo su un alto basamento. Le colonnine sono caratterizzate da fusti nella parte superiore a spirali spezzate e motivi di spiga con nel mezzo anelli sagomati e nella parte inferiore lisci. Di particolare pregio gli intagli dei capitelli, a sinistra goticizzanti, a destra di intonazione quasi bizantina. La parte superiore del portale è coronata da archivolti a pieno centro, con sagome che degradano verso la lunetta, priva di architrave, nel quale figura un affresco che ritrae San Nicola di Bari. Dinanzi al portale, sono collocati su due gradini due leoni stilofori di stile romanico che reggono cololline sul dorso, analoghe a quelle del portale, con alte basi, primi tratti a fusti lisci. Anelli di separazione al centro e tratti solcati a spiga, dei collarini e capitelli a volute angolari di stile gotico. Sui capitelli sono state sistemate, in epoca moderna, lanterne in ferro battuto.

Le mura laterali estere presentano segni del’antichità dell’edificio. Sul lato sinistro sono ancora visibili sequenze di archetti che collegano la chiesa con altre costruzione edificate a fianco, tra cui la chiesa di Santa Chiara delle Suore francescane, con attiguo monastero, che termina con un porticato costituito da vari pilastri che sostengono ampie arcate a tutto sesto e volte a crociere che dànno oltre che sul Corso Santarelli sulla Piazza Marcinelle.

L’interno della chiesa si presenta con tre navate in stile barocco con ornamenti e stucchi del 1600, così come la cripta.

Chiesa di San Francesco – Una possente torre campanaria e altri ruderi testimoniano l’esistenza in passato della chiesa dedicata a San Francesco, che attende un intervento di restauro. Su tutto domina la torre in blocchi di pietra, con la cella campanaria alleggerita da alte finestre ogivali, con cornice terminale ad archetti acuti in pietra bianca, ornata da semisfere cololocate sotto gli archetti come capitelli pensili.

Appare ben conservato il fabbricato dell’ex convento che gira attorno alla piazetta, con portichetto ad archi a tutto sesto, anch’essi da restaurare.

Chiesa di San Pancrazio – Caratterizzata da una tipica facciata rustica in pietre e laterizio, coperta da numerose lapidi commemorative, con completamento a tettuccio semplice a due spioventi. Si accede attraverso una gradinata che porta all’unica grande ed alta navata, con 2 cappelle per lato, con tele di qualche interesse artistico.  Coppie di lesene dai capiteli compositi, intervallano le nicchie, reggendo i cornicione, che, a linea spezzata percorre le fiancate fino all’absuide quadrata. Il presbiterio è preceduto da un grande arco a tutt sseto. L’altare maggiore e quelli lateraili presentano lesène, volute, capitelli, trabeazioni. Sinuose finestre di stule tardo barocco. Lavolta è a botte e interrotta da fasce che partono dalla lesène; mentre le finestre rettngolari sono inquadrate da lunette.

Il centro storico, al quale si accede attraverso Porta da Fara, restaurat di recente, è caratterizzato da numerose costruzioni che conservano particolari scultorei nelle mostre delle finestre, nei portali, nei balconi. Si tratta di ornamenti in rilievo, frontoni ricurvi, mensole ormate con foglie intagliate, chiavi d’arco con stemmi e rilievi, che testimoniano stili di epoche diverse.   

 

Le ville di epoca repubblicana romana

di località Santa Maria Arabona

Tra gli anni 2002-2004 il territorio comunale di Manoppello, grazie agli scavi condotti dalla Sovrintendenza Archeologica d’Abruzzo di Chieti, può vantare un’area archeologica di tutto rispetto, che ha dato il via ad un programma di investimenti e studi di grandi prospettive e suggestioni.

In particolare sono venuti alla luce parte di una necropoli (VIV-IV sec. a.C.) e alcune ville di epoca repubblicana romana (II - I sec. a.C.).

Lo scrittore enciclopedico latino, Caius Plinius Caecilius Secundus,  più noto come Plinio il Vecchio (Como, 23 – Castellammare di Stabia, 25 agosto 79), nella sua opera “Naturalis Historia”, descrive due tipi di villa: villa urbana: una residenza facilmente raggiungibile dalla città; villa rustica, in un terreno tipo fattoria, più distante dalla città, dove gli schiavi conducevano i lavori agricoli di produzione di olio, di vino e di allevamento di bestiame.

In epoca tardo repubblicana la villa era composta da tre parti: pars rustica, riservata al fattore ed agli schiavi; pars urbana, abitata dalla famiglia del  padrone (dominus); pars fructuaria, dove si lavoravano i prodotti della terra.

L’Area Archeologica di Contrada Piano Santa Maria Arabona di Manoppello, inaugurata ufficialmente il 25 luglio 2010, alle ore 19,00 dal Soprindentente Archeologico d’Abruzzo dottor Andrea Pessina, dal direttore degli scavi Andrea Staffa, dal Sindaco di Manoppello Gennaro Matarazzo e dal Presidente del Consiglio Comunale  Gaetano Villani, sulla base di una convenzione sottoscritta da Sovrintendenza Archeologica, Comune di Manoppello e la signora Rosanna Barbetta, proprietaria dei terreni dove sono venuti alla luce gli importanti resti di epoca romana, ma anche di periodi storici precedenti, di epoca italica (Marrucini).

Tutto è cominciato nel 1985, quando furono rinvenuti una punta di lancia e un frammento di statua in pietra raffigurante un volto maschile con collare a fascia in bronzo (testa di Manoppello), che sembra richiamarsi alla stele di Guardiagrele e al Guerriero di Capestrano). Ricerche archeologiche condotte dalla Soprintendenza d’Abruzzo di Chieti negli anni Novanta hanno consentito di scavare un sistema di fattorie rurali,poi sviluppatesi in vere e proprie ville rustiche risalenti al primo secolo avanti Cristo. Tra esse la  Villa Romana, articolata in tre ambienti: residenziale, misto, produttivo con al suo interno un impianto termale riportato completamente alla luce con frigidarium, tepidarium, calidarium. (la parte fredda, la parte tiepida, e la parte calda), con pareti in marmo e con affreschi in rosso pompeiano e mosaici.

L’Area archeologica, ancora aperta ad ulteriori scavi, si può visitare nei giorni di sabato, domenica e festivi dalle ore 9,00 alle 12,00; e dalle ore 16,00 al tramonto.  

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Contatto per informazioni turistiche 

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